venerdì 29 giugno 2007

Svegliatevi Dormienti - Philip K. Dick


"Che datore di lavoro comprensivo." Hadley scosse la testa.
"Scusa se te l'ho chiesto. Avrei dovuto pensarci prima."
"Pare che la bravata dell'emigrazione con quella ragazza delle schiere di Thiesbe non ti abbia insegnato niente; sei rimasto il solito pasticcione. Qual'è il problema, non riesci ad accettare la vita così com'è? Non puoi fare a meno di inseguire chimere? C'è un casino di gente che ti invidierebbe perchè lavori; sei già dannatamente fortunato a riavere il posto."
"Lo so."
"Allora perchè non ti dai una calmata? Qual'è il problema?"
"Se hai nutrito delle speranze." Spiegò Hadley dopo una pausa "tirare avanti dopo averle perdute diventa difficile. Abbandonare i sogni non è complicato; quella è la parte facile. A volte capita di doverlo fare. Ma dopo..." gesticolò lamentandosi. "...Con cosa li sostituisci? Con niente. E il vuoto è spaventoso. Immenso. E in modo o nell'altro assorbe tutto il resto; qualche volta è più grande del mondo intero. E cresce. Si fa infinito. Capisci di che cosa sto parlando?"
"No" risposte Pethel. Nè la cosa lo interessava.
"Sei un uomo fortunato. Probabilmente non proverai mai niente del genere; comunque non prima di invecchiare, di arrivare a centocinquant'anni o giù di lì." Lo fissò. "Come ti invidio."
"Prenditi una pastiglia." consiglio Pethel.
"Sarei ben felice di farlo se ne esistesse una. Ma non credo sarebbe d'aiuto. Ho voglia di fare una lunga passeggiata; magari per tutta la notte. Ti frega qualcosa? Ti vuoi unire a me? Cavolo, no, per niente. Lo vedo bene."
Pethel disse, "Ho da lavorare, io; non ho mica il tempo di andare a spasso e rimirare il paesaggio. Ascolta, Hadley. Quando arrivi domattina - sentimi bene - ti do un aumento. Ti rallegra l'idea?" Lo scrutò, per accertarsene.
"Si" fece Hadley senza convinzione.
"Lo sapevo"

(da Svegliatevi, dormienti - Philip K. Dick, 1966)

lunedì 25 giugno 2007

Cochi e Renato - A me mi piace il mare



Un canzone estiva da dedicare a chi ti pare (t'ho senti che rima...)

giovedì 21 giugno 2007

Umberto Palazzo e il Santo Niente - La vita è facile

In questo periodo sto riascoltando tanta musica degli anni '90. Periodo in cui ormai liberato dei vari blocchi e costrizioni dati dall'essere un ragazzino di provincia, ho iniziato ad ascoltare in maniera un po' più attenta i suoni che avevo attorno. La mia formazione musicale in qualche modo è stata segnata da quel periodo. Dalle etichette storiche come BlackOut, i Dischi del Mulo ed il Consorzio Produttori Indipendenti. Dalle mitiche raccolte Lègalisation, Maciste contro Tutti, dalla colonna sonora di Tutti giù per terra e più tardi da quella di Jack Frusciante è uscito dal gruppo. E dai gruppi come i Cccp/CSI, Ustmamò, Disciplinatha, dagli emergenti Marlene Kuntz, Ottavo Padiglione, Modena City Ramblers (quelli con Albertone) e compagnia bella.

Tra questi c'erano i Santo Niente, il gruppo di Umberto Palazzo, uno dei membri della primissima formazione dei Massimo Volume. Anche lui studente fuori sede in quella Bologna che pareva essere diventata, in quegli anni, il vero centro nervoso e culturale d'Italia. E delle sue angoscie.

(Massimo Volume... Angoscie... Umberto Palazzo... Santo Niente... Elementi che ritornano... legami che solo ora intuisco...forse)

La vita è facile è il primo disco dei Santo Niente, uscito nel 1995, stesso anno di Lungo i Bordi, di cui rappresenta - lo anticipo da subito - l'altra faccia di una stessa moneta. Si perchè non si può capire veramente quest'album se non mettendolo in relazione con il capolavoro dei Massimo Volume. All'interno del medesimo mondo musicale, delle medesime attitudini e contesti La vita è facile è l'esatto complemento, l'antitesi, l'opposto. Se Lungo i Bordi è un disco implosivo, con tensioni che non si risolvono, La vita è facile è esplosivo e catartico. Se uno riflette e contempla le inquietudini di una vita, quasi per esorcizzarle, l'altro è viscerale, violento, crudo, minimalista. Entrambi sono generati dalla capacità e dalla maledizione dell'osservazione. Ma se il primo guarda la propria immagine riflessa nelle vetrine e dalle luci della città, l'altro guarda verso gli altri, in maniera feroce e spietata. Umberto Palazzo sembra dirci, contrapponendosi al suo vecchio gruppo. che lo stomaco prende il sopravvento sulla testa quando entrano veramente in gioco gli altri.

Intorno a questo ultimo elemento prende il via il disco. Dalla rabbia che si prova quando si vede qualcuno di importante fuggire via, scappare, correre. E' questa donna, questa "cuore di puttana", la figura che ci accompagnerà per tutto il disco. La figura che all'inizio scappa e a cui ci si rivolge in maniera pateticamente ferita(Cuore di puttana e La vita è facile), fino a quando poi si riesce a prendere consapevolezza. Prima in maniera passiva ed apatica (Non mi dici nulla), poi rendendosi conto che il "re è nudo": "Elvira guarda! La grande oscurità che ti fa urlare, che ti fa mordere, dorme nella mia testa" (Elvira). E poi nel disco si aprono finalmente gli occhi in tutto il loro disincanto. Entrano in scena altre figure. Arriva il Pappone, con il suo coltello e tutte le sue donne (tra cui, guarda caso, ancora Lei). Poi l'Aborigeno che non è visto con quel romanticismo esotico, ma con il distacco metropolitano che lo paragona nient'altro che ad un barbone fortunato. Ed i pezzi si susseguono rafforzando questa consapevolezza fino al finale del disco.

In Storia breve, si rilegge il riff di Cuore di puttana creando una base ossessiva per il parlato di Umberto che si fa gioco di questa forma usata dal suo vecchio amico di Belluno. Non c'è coinvolgimento mentre racconta la storia di Alessia. C'è solo un cinico e compiaciuto distacco mentre osserva questa donna (tornano in mente le parole di Andarsene Via "Hai sempre sostenuto una sola soluzione: andarsene via.") che non può più scappare e si ritrova impotente davanti allo stesso male che ha generato. Cazzo che soddisfazione.
E poi arriva finalmente la Fata Morfina, a portarci "la leggerezza del cuore...", e a liberarci.

E' un disco davvero risentito, e Dio sà quanto lo stia amando.

Tracklist:
  • Cuore di Puttana (hardcore)
  • la Vita è Facile
  • Tu Non Mi Dai Nulla
  • Elvira
  • Il Pappone
  • L'Aborigeno
  • Andarsene Via
  • Finalmente Sterile
  • Cuore di Puttana (softcore)
  • Immondizia dal giappone
  • Storia Breve
  • Fata Morfina

ps. Se dopo questa recensione qualcuno avesse ancora voglia di ascoltare e rimediare questo disco, gli consiglio di crearsi una playlist in cui alterna le rispettive tracce dei due album (guarda un po', sono entrambi di 12 tracce...) partendo da il Primo dio e finendo con Fata morfina. Tutto suonerà molto diverso e i due gruppi non vi sembreranno più così distanti. Provateci.

domenica 17 giugno 2007

Dissonanze 07



1 Giugno (Battles, Apparat, Nathan Fake, Alva Noto, KTL)


L'uno e il due giugno a Roma, al Palazzo dei Congressi all'Eur, si è svolta la settima edizione del Dissonanze Festival, evento ormai abituale per entrare in contatto con alcune delle produzioni internazionali nell'ambito della musica elettronica e delle arti digitali.

Come l'anno scorso, anche quest'anno il grande cubo del Palazzo dei Congressi è vistosamente illuminato da una illuminazione psichedelica (tendente al verde acido) e dalle proiezioni sulle sue immense pareti che attirano lo sguardo già solo intravedendolo dalla Cristoforo Colombo. Sono poco prima delle undici di sera e la gente è già massicciamente riunita e ammassata a ridosso delle biglietterie, e riusciamo ad entrare non prima che la musica proveniente dalla terrazza abbia iniziato a sentirsi.

Corriamo di corsa per le scalinate già stufe del continuo riferimento ad Escher e in men che non si dica ci ritroviamo al cospetto dei Battles. Una delle band più chiacchierate del momento. Non a caso arriviamo proprio sull'attacco di Atlas. Dal vivo la band mantiene perfettamente sia l'impatto sonoro (perdendo giusto qualcosa sul basso a causa dell'impianto) e la precisione, sia la capacità di coinvolgere l'ascoltatore. E' sempre una bella sensazione riuscire a vedere la gente ballare sopra la musica suonata con gli strumenti. Il gruppo alterna pezzi di Mirrored ad altri pezzi ripresi dai due Ep che l'hanno preceduto, riarrangiando sul momento alcune cose e assecondando quell'atteggiamento più prog che noi italiani non smettiamo mai di amare, come durante l'esecuzione di Race In. Il loro set finisce esattamente a mezzanotte.

In una frazione di secondo viene smontato tutta la loro attrezzatura (che è stata pure minacciata da un principio di pioggia), il palco viene liberato ed Apparat si posiziona davanti al suo laptop. Il suo set riprende le stesse atmosfere del suo disco, Walls, che segue la tradizione della laptop music tedesca melodica ed elegante. La gente ascolta e si gode piacevolmente l'atmosfera che però non riuscirà mai a decollare completamente. Per riuscirci dovremmo aspettare Nathan Fake, un giovane ragazzo inglese che dimostrerà di saper non solo di avere un ottimo gusto, ma anche di avere avuto la capacità di riuscire a riadattare la sua musica per il contesto del Dissonanze che dopotutto è molto più ballereccio.

Ci gustiamo il suo set fino alla fine (perdendoci la Modified Toy Orchestra) e poi ci rimmergiamo nel cuore del grande cubo. Nel salone della cultura intanto esplodono i dj set, tra house e techno, che sono la maggiore (se non unica) attrattiva per gran parte del pubblico pagante. Ci prendiamo una pausa ed io faccio una scappata a vedere la fine del set di Alva Noto che però non mi convince più di tanto in questo set basato sul rapporto tra suono e video di sintesi ma senza niente di particolarmente originale. Ora va bene che moltissime persone non hanno la più pallida idea di chi siano Steina e Woody Vasulka, ma qua si scade troppo nel visto e rivisto. Sinceramente una delusione.

Ci penseranno i KTL (Stephen O'Malley & Peter Rehberg) ad ipnotizzarci nella aula magna prima del nostro ritorno a casa. Già entrando nella ampia sala si percepisce una atmosfera da altro mondo. Sul destra un chitarrista dall'inequivocabile aspetto metal sta impugnando una chitarra elettrica davanti a due enormi amplificatori valvolari mentre dal lato opposto del palco il suo socio è sulla sua postazione con davanti due asettici laptop. Proeittato dietro di loro c'è uno strano simbolo eleborato, bianco e immobile sullo sfondo nero, che inquieta per l'aspetto molto religioso. Il loro suono è fuori dal mondo, con dei drones che suonano e risuonano senza sosta in un tessuto inestricabile. Mentre stavo lì seduto avevo l'impressione di essere in un qualche romanzo di Philip K. Dick, all'interno di quella che potrebbe essere definita una chiesa del rumore dove le persone di una società del futuro vanno per fuggire dall'alienazione, alienandosi in modo diverso e consapevole. Alla fine del set mi sorprendo a non essere l'unico ad apprezzare tutto questo e vedo le teste che pensavo immobile e addormentate alzarsi ed applaudire a questi due musicisti.


2 Giugno (Pole, Various Production, Giardini di Mirò, Fennesz & Mike Patton, Planningtorock, Scott Arford)


Arriviamo al Palazzo delle Esposizioni e, rispetto a ieri alla stessa ora, già si nota un'affluenza iniziale minore per questa seconda nottata del Dissonanze Festival 07. Dopo la solita trafila dei pass, entriamo senza fretta nel grande cubo ed andiamo a vedere la situazione in aula magna dove, tra qualche ora, si svolgerà il concerto di Fennesz e Patton. Ma ancora la sala è praticamente vuota ed i tecnici stanno finendo di allestire il palco.

Ripercorriamo le caratteristiche scale intrecciate fino alla terrazza a goderci il fresco e l'inizio del set di Pole.
Pole è un'altro artista tedesco di laptop music, e da tale porta una sensibilità melodica e trimbica nella sua musica di gran gusto, alternando strutture ritmiche attraenti a progressioni melodiche molto rarefatte e d'atmosfera. Molto interessante, anche se forse non ha raggiunto i livelli di Apparat e Nathan Fake che sono saliti sullo stesso palco ieri notte.

A seguire salgono i Various Production. Gruppo inglese formato da una coppia di musicisti elettronici (e quindi coppia di relativi laptop) e da tre cantanti. Fanno un genere che spazia tra l'elettronica ambientale strumentale, a pezzi più energici, tra il dub ed il trip-hop, giocando molto sul contrasto timbrico delle tre voci e sugli assoli delle stesse. Una voce femminile davvero notevole, una calda e afromericana, e la terza (forse la più debole delle tre) di declinazione nu-metal melodica (che provava ad essere a metà strada tra Jonathan Davis e Daron
Malakian) Bravi, anche se spesso le strutture che usano per i pezzi sono un po' troppo rigide e le tre voci non sempre sono così belle assieme.

Si torna in aula magna in tempo per vedere una parte del set dei nostri Giardini di Mirò, che sono evidentemente caldi e a loro agio sul palco, nonstante loro forse sia tra tutti il gruppo di artisti meno pertinenti al contesto di Dissonanze.
Davanti a tutto questo pubblico fanno il loro mestiere al meglio, aiutati dall'ottima acustica della sala e dalla loro lunga esperienza live. Riescono a coinvolgere e convincere anche chi, come me, non ha mai provato particolare simpatia per loro e chiudono il loro set tra i meritatissimi applausi del pubblico.

La sala si riempie in un istante, e c'è un via vai di gente che cerca di trovare un posto più vicino possibile al palco dove si stanno per esibire Micheal Patton e Christian Fennesz, quando improvvisamente salgono sul palco a sistemare personalmente parte della propria attrezzatura, mentre il pubblico sta già applaudendo. L'ex Faith No More (tanto per citare uno degli innumerevoli gruppi e progetti che ha intrapreso in oltre 15 anni di carriera) si presenta come ormai siamo ben abituati. Elegantissimo, in giacca e cravatta e con i capelli cosparsi di brillantina tirati all'indietro. Sembra un personaggio uscito da un film di Tarantino. Molto meno appariscente, ma magnetico a modo suo, Fenensz mantiene l'aspetto austero e spigoloso tipico dei musicisti contemporanei, stemperato solo dalla chitarra elettrica che dopo indosserà. Davvero una strana una coppia.

Tornano momentaneamente di lato mentre i fonici collegano gli ultimi cavi e già un piccolo gruppo di persone cerca di avvicinarsi ai due. Patton nasconde a malapena il suo disappunto per la situazione. Fortunatamente il momento non dura a lungo ed i due risalgono sul palco entro breve tra la gente che affettuosamente grida "Vai Michele" a questo artista che ormai vive in Italia da diversi anni.

La musica di Fennesz parte di sottofondo, partendo come un rumore impercettibile fino a svolgersi piano piano attorno ad i suoni di chitarra riverberata e distante. Patton inizia il suo canto senza parole dialogando con la chitarra che piano piano diventa più incalzante così come il canto del vocalist si tramuta in urla e grida rese filtrate e taglienti dalle eleborazione che fa in contemporanea della sua stessa voce. Il suono risultante è in continua mutazione, elementi che entrano ed escono di scena, in un fluire ipnotico di pause e riprese. Patton in alcuni momenti sembra controllato e posato per poi far esplodere subito dopo la sua voce sui microfoni accompagnando i gesti con il movimento di tutto il corpo. La sua voce è dinamica e cangiante. Sospira, fa versi, rumori, schiocca il palato ed improvvisa beatbox, creando loop e basi che si vanno ad aggiungere al tappeto caldo e straniante prodotto da Fennesz con il suo portatile e la sua chitarra, o da alcune basi (come quelle di un Ave Maria, cantato da un coro polifonico) che praticamente vengono rilette in quella chiave personale che è emersa dalla loro musica.

Vanno avanti per circa tre quarti d'ora in cui quello che suonano sono una sorta di lunghi movimenti appartenenti tutti alla stessa composizione. Davvero un concerto intenso e l'unica critica che gli si può muovere forse è il fatto che i pezzi davano l'impressione di essere stati studiati più come una palestra di improvvisazione per i due artisti che avendo piuttosto in mente un'evoluzione precisa e strutturata in mente, ma questo l'ho comunque percepito come una grande occasione piuttosto che come un limite della loro performance.

Nella sala della cultura stanno esplodendo i dj set, tra il delirio del pubblico più chimico e danzereccio, mentre la terrazza è ormai sotto la piggia.
Decidiamo quindi di tornare in aula magna per assistere ai set seguenti.

Il primo è quello di Planningtorock. Sul palco una vocalist vestita completamente di bianco canta davanti ad uno schermo in cui vengono visualizzate delle riprese dal vivo elaborate a ritmo di musica e rappresentanti strani personaggi mascherati in ambienti metropolitani periferici (mi hanno ricordato moltissimo l'immaginario degli OVO). La sua figura viene completamente assorbita dello schermo, di cui lei diventa una estensione danzante e irrefrenabile mentre le immagini si proiettano sul suo corpo. E' un'ottima cantante e fa scaldare il pubblico in questa sorta di strano genere che varia dal soul alla elettronica più acida, ma mantenendo sempre un atteggiamento giocoso e stravagante.

La serata volgerà poi al termine con il finale di Scott Arford, con un set in cui combina suoni di sintesi neutri e distorti con i quali modula le linee di scansione dello schermo dietro di lui. I suoni sono invasivi al tal punto che colpivano fisicamente lo spettatore, ma spesso la sensazione era tutt'altro che piacevole. Non mi ha convinto più di tanto.

(anche su www.ondalternativa.it)

Hella - Biblical Violence Live



In questa domenica mattina inquieta vi presento questa piccola chicca trovata mentre spulciavo su youtube. Vale la pena di guardarla anche solo per vedere suonare Zach Hill che non stà fermo un attimo.

sabato 16 giugno 2007

Massimo Volume - Lungo i bordi


Non è un caso che io abbia riscoperto questo disco proprio in questo periodo. Sono passati dodici anni da quando Lungo i Bordi fu pubblicato. Allora passavo uno dei momenti più difficili della mia vita, mio fratello se ne era appena andato di casa ed io vivevo quello che vedevo come un abbandono con dolore e delusione. Ma quando guardavo, tutto attorno a me sembrava vivere lo stesso periodo. Io e le persone che avevo vicino vagavamo come fantasmi.

Bologna in quegli anni non deve essere stato un luogo migliore. Questi quattro musicisti ce lo fanno capire bene. Francesco Nunziata scrive, "[...]Emidio Clementi (voce e basso), Egle Sommacal (uno dei migliori chitarristi italiani dell'ultimo decennio), Vittoria Burattini (batteria) e Gabriele Ceci (chitarra) registrano questo capolavoro del rock italiano in una fase molto particolare della loro vita: soldi, pochi; angoscia, imperante; sogni; pure troppi…".

Ed è per questo che Lungo i bordi è un disco che fa male. C'è questa strana atmosfera che permea tutte le dodici tracce di questo lp, questa agoscia appunto, priva di solitudine me che non ti lascia scampo, che non si conclude, non si risolve, ma ti accompagna ogni qual volta ti fermi a guardare.

Sei là ad osservare il mondo attorno a te privo di senso, in un luogo che non hai scelto, e lei esplode dentro di te. Nei ricordi di quando da ragazzo ascolti un disco ballando nella tua isteria. Nei momenti di attesa, come quelli passati ad aspettare in una pizzeria, mentre fuori un mondo incomprensibile e distante scorre non curante. Guardando il traffico di notte appoggiato ad una finestra. Nei sogni quando gli amici vittime mutilate di una esplosione ti guardano con lo sguardo accusatorio solo per essergli sopravvissuto. E' un'agoscia che nasce dal corpo, privato da qualsiasi contatto che non sia strettamente necessario. Incapace di qualsiasi contatto che non sia strettamento necessario. "E' solo la precisa coscienza della tua mano chiusa a pugno che cerca disperatamente di fermare qualcosa che sta accadendo nel tuo corpo".

Musicalmente è incredibile quello che hanno creato. La loro musica, questo post-rock crepuscolare ed intimo, ha quella capacità di andare a toccare le cicatrici più esposte e non si limita ad ipnotizzarti come gran parte delle produzioni attuali. Si agita inquieta e umorale sotto la voce di Emidio. Ma la sua voce non canta, non può. E' un parlato a malapena controllato, come se da un momento all'altro potesse esplodere in un urlo o in un silenzio di rabbia. Spesso si ferma o ripete incessamente la stessa frase (Leo è questo che siamo? Leo è questo che siamo? Leo è questo che siamo?). Aumenta di intensità e si spegne. Passa da una cruda freddezza ad un coinvolgimento estenuante. Spesso è una rasoiata in piena faccia. E non riesci a non ascoltarla.

"Mi sento come il soffitto di una chiesa bombardata".

martedì 12 giugno 2007

Viola Drunken - Parol # Review


Nell'ascoltare Parol dei Viola Drunken è facile riconoscere da subito la grande attenzione che questi quattri ragazzi siciliani hanno messo nella stesura di questo disco. La cura per il suono è quasi maniacale - almeno considerando gli standard odierni per le autoproduzioni - è tutto l'album si regge sulla ricerca di equilibrio tra i momenti più aperti e melodici e i passaggi più energici e viscerali. Da questa alchimia esce fuori una atsmofera particolare che permea tutto l'album, questa sorta di barocco scuro e prezioso trasversale a queste nove tracce che compongono il disco.

I Viola Drunken si collocano nella tradizione del rock italico, ma non lasciatevi fuorviare da questa definizione. Nella loro musica c'è più che un semplice citazionismo dei soliti gruppi.
Oltre ai riferimenti più immediati - dalle cadenze lente e dilatate del cantato che si rifà a certi Marlene Kuntz, alle atmosfere riflessive e implosive dei CSI - che sono comunque fortemente presenti, nel loro suono è possibile trovare anche altro che si manifesta, come un eco, in alcuni momenti della loro musica. Negli incroci di tastiera e chitarra tipiche del prog italiano degli anni '70 (Ora e Dopo e la coda finale di clavicembalo di Lieto rifugio) alla aggressività punk-rock degli anni '90 (Rude, Lieto Rifugio), fino ad arrivare anche al post-rock più rarefatto ed intimo(ll frastuono del silenzio, L'offesa).

Parol è un buon disco e loro sono una di quelle band valorose che stanno cercando il più possibile di portare la loro musica in giro per l'Italia cercando di farsi conoscere. Ma per quanto buono non è esente da alcuni difetti.
In primis la voce. Se in alcuni brani risulta essere emozionante ed azzeccata, spesso tende ad essere un po' troppo limitata a quelle due,tre soluzioni melodiche che ripropone dall'inizio del disco. Penso che le potenzialità di crescita in tal senso ci siano tutte, basta un po' di coraggio. L'altro difetto è invece tipico di quasi tutte le band che presentano brani su cui hanno lavorato per tanto, forse troppo tempo. Ovvero quella tendenza a strafare che si manifesta in quel "qualcosa di troppo" in cui le chitarre e le tastiere ogni tanto tendono a compiacersi e soffermarsi e che piuttosto che rafforzare distraggono l'ascoltatore sia dalle parole delle canzoni che dalla melodia principale dei pezzi.

Vanno tenuti d'occhio.

Viola Drunken su Myspace
Sito Ufficiale

Tracklist.
1. Il frastuono del silenzio
2. Nella gioia e nel dolore
3. Ora e dopo
4. Il lieto rifugio
5. Gocce
6. L'offesa
7. Canzone Sproloquio
8. Rude
9. Prodezze uccise

giovedì 7 giugno 2007

Sogno di Fuoco #1


Ero in uno di quei posti di mare lontani dal mondo. Di quelli che il paese, antico e medioevale, spicca nel niente al di sopra di una altura affanciandosi con le sue chiese e campanili dritto sul mare. Era sera, il sole era già tramontato, e vagavo tra i vicoli con una bicicletta molto vecchia. Mi ricordo improvvisamente di un appuntamento che avevo con un amico vicino alla spiaggia. Cerco di parcheggiare in qualche modo il mio biciclo, ma ovunque c'è gente addormentata e accampata per strada. Penso di capovolgere la bicicletta e appoggiarla a terra sul manubrio e sellino. Probabilmente lo faccio e scendo delle scale di pietra che mi portano alla spiaggia.
Là c'era uno di quei localini con palco e musica dal vivo. Stanno suonando gli Acustimantico.
Incontro i miei amici. E tra loro c'era Lei.
Quando mi avvicino per salutarla mi sporgo verso di Lei.
Lei mi bacia ed io mi lascio trasportare completamente. Quasi l'avessi sempre aspettato (forse è davvero così).
Lei mi dice: "Da qualche parte dovrà pure iniziare questo rapporto"
E' stato un bel bacio. Dolce ma non solo. Ho avuto la sensazione di qualcosa che finalmente viene fuori. Mentre La baciavo ho pensato "Finalmente".
Restiamo un po' là. Mentre finisce la musica Lei dice "Non ti aspettare da me un rapporto... di quel tipo... Io sto incasinata". E' seduta su una scalino di pietra. Quasi in posizione fetale.
Le rispondo, accarezzandole una gamba "Non abbiamo nessuno che ci corre dietro per dirci come fare le cose".


Poi mi sveglio... con un senso di perdita sconcertante

mercoledì 6 giugno 2007

The Battles - Atlas



Questo canzone mi ossessiona. Sarà questa filastrocca malata e disturbata cantata da Tyondai Braxton. Sarà il luogo in cui è ambientato il video. Una scatola a specchi dove non puoi vedere nient'altro che la tua immagine riflessa all'infinito e sai che chiunque voglia guardarti lo potrà fare completamente a tua insaputa, e comunque loro, con il loro fare, non sebrano fare altro che deriderlo/ci. Sarà che dopo averla sentita dal vivo a Dissonanze comunque non ne ho ancora abbastanza. Sarà che vedere il batterista picchiare su di un crash alto oltre quello che può essere definito sano di mente mi da una sensazione liberatoria non indifferente. Sarà che l'intero disco, Mirrored, ha una atmosfera assurda, questa sorta di Alienazione propositiva e dirompente che ti fa temere di cosa potrebbero fare questi quattro musicisti la prossima volta. Ve l'ho detto, ne sono ossessionato. Play.

martedì 5 giugno 2007

La voce del fuoco

[...] Oggi è quasi impossibile formulare quell'appello con il nostro linguaggio, visto che tutti gli emblemi e tutti gli archetipi sono stati ridotti a luoghi comuni,a parodie di sè stessi.
Come facciamo a restare seri mentre raccontiamo che la battona del luogo si è fatta un cliente per permettere alla nonna di comprare ai suoi figli un barattolo di crema da spalmare?
Tutte stronzate malinconiche su una Northampton che non c'è più,fesserie piene di prostitute dal cuore d'oro e di frasi tipo
Ma nonostante questo,una ragazza di cui non conosco neanche il nome si è portata un estraeno nel cortile per rendere felici i figli della sua vicina, e per quale motivo il nostro linguaggio non riesce più a contenere una cosa del genere?

(Estratto da "La voce del Fuoco", Alan Moore 1996)

La Voce del Fuoco è una specie di verità che contiene immaginazione e storia e magia, motivo per cui se ne possono trarre solo spiegazioni parziali e insoddisfacenti, solo storie inspiegabili e incomplete, come come le storie della nostra vita.

E' un piacere leggere e rileggere questo libro. Cominciate dove vi pare: l'inizio e la fine sono perfetti, ma un cerchio comincia da qualunque punto, proprio come un rogo.


Non fidatevi di questa città o di questi racconti, e neanche del loro narratore. Ascoltate solo la Voce del Fuoco


(Neil Gaiman - Dall'introduzione del libro)