giovedì 10 aprile 2008
To kill a petty borgeoisie@Locanda atlantide Sabato 5 Aprile
lunedì 7 aprile 2008
Aha - Take on me
Per vie traverse che non vi sto a spiegare (diciamo però che hanno a che fare con l'ipertestualità del web) oggi ho rivisto questo video, che quando ero bambino guardavo con mia sorella sul letto dei miei genitori. Io guardavo i fumetti, lei guardava lui. Cmq a parte per la canzone che in sè aveva pure un suo perchè, questo video è stato davvero avveniristico per l'epoca. La regia è davvero bella (penso soprattutto alle parti in cui la camera ruota e si passa da disegnato al ripreso) e per quanto semplice l'idea che stracciando il foglio la realtà del fumetto si ripieghi su se stessa l'ho trovata a suo modo, geniale. Certo i capelli e l'abbigliamento erano quello che erano, ma non si può avere tutto.
sabato 5 aprile 2008
Mostra Fotografica - Domenica 13 Aprile @ Circolo degli artisti
venerdì 4 aprile 2008
Portishead - Live in Firenze 2008 - Parte 1 e 2
Parlare di questo concerto non mi è venuto affatto di getto. Ho dovuto mantegare un po' le sensazioni che mi portavo appresso per capire cos'è che proprio non m'è piaciuto.
Intanto, come è caratteristico di questo periodo, è stato abbastanza influente partire con persone con cui non ho costruito assieme nessun tipo di fremente attesa.
(Bella Manuel, ce l'hai ancora quel biglietto in più di cui mi avevi parlato? Sandro alla fine ha deciso di venire e a sto punto possiamo partire tutti assieme)
Sinceramente m'ha fatto strano, ma ormai mi sto abituando a vedere i rapporti con tutti i miei amici dilatarsi, fino a diventare coincidenziali.
Il viaggio passa ma meno veloce di come ci eravamo augurati, e una volta arrivati a Firenze dobbiamo correre per cercare di recuperare un posto per dormire, sistemarvicisi e riuscire.
(non sapevo da dove iniziare, vabbè)
Dicevo, sono passati 10 anni.
Arrivamo a piedi davanti al Saschall dopo aver percorso il Lungarno e ci dividiamo tra chi (io) è andato a ritirare i biglietti comprati su internet e chi (tutti gli altri) si è fermato a mangiare dal paninaro "zozzone" locale (a Firenze li chiamano "i luridi" ma a discapito del nome qua sono più raffinati dei nostri capitolini). Dopo aver riflettuto per circa 20 minuti sul paradosso che c'era meno fila per acquistare i biglietti (a quanto pare ce n'erano ancora in vendita riservati dal teatro) che per ritirarli mi aggrego agli altri, bevo una Ceres (che non toccavo veramente da anni) ed entriamo.
All'interno il Sashall si rivela più accogliente e spazioso di quello che appariva da fuori.
Non passa poi molto dallo spegnimento delle luci e dall'apparizione di un'immensa P sugli schermi dei videoproiettori (a quanto pare ci siamo persi il gruppo spalla, poco male). Salgono sul palco i musicisti e parte immediatamente la base di Silence (la track di apertura di Third), con Beth che dà le spalle al pubblico (neanche fosse Maynard) fino a quando non si gira e si aggrappa al microfono iniziando a cantare. In tutto questo io sono pronto ad un cazzotto allo stomaco che non arriva.
Sarà la gente intorno che continua a parlare, saranno il suono chiaro, limpido, cristallino ma che non pompa, saranno tutte quelle luci colorate. Mi butto in mezzo alla gente per vedere se riesco a capirci qualcosa. Intanto i pezzi si susseguono, con una scaletta che sembrava quella del live a NY con i classici che conosciamo tutti alla perfezione (come alla perfezione vengono suonati) e alternati da una discreta quantità di pezzi nuovi. Io intanto rimango là, cercando con tutte le forze di non rimanere insensibile. Anche al centro della sala la gente parlottava (curiosa la scena di due ragazze che su un pezzo parlano per tutto il tempo e si interrompono solo per applaudire alla chiusura del pezzo) mentre io notavo il fatto che era passata già mezzora e Beth non si era ancora accesa una sigaretta, oppure che il chitarrista era ingrassato ed aveva quel sorriso da padre di famiglia stampato in faccia. Gli altri riesco a notarli a malapena. Le proiezioni dietro di erano molto ben fatte, con sovrapposizioni montate in tempo reale di una moltitudine di telecamere posizionate sul palco e puntate sui musicisti e a loro volta combinate ad immagini tratte dai video ed altro probabilmente. La posa di Beth aggrappata a quel microfono si ripete in continuazione (svuotandosi di significato, ai mie occhi, sempre di più). Posso notare il suo viso addolcito da una presunta maternità (no, non mi va di googlare per avere conferma di sta voce giuntami). Mi fermo sulla sua immagine, su il gesto di lei che fa "ma va là" dopo i numerosi applausi che la ricoprono alla fine di ogni pezzo.
Sono passati 10 anni. Sono passati 10 anni. E forse capisco.
Non mi ci riconosco più, o meglio, non riesco a riconoscere in questa situazione quelle sensazioni che provavo mentre li ho ascoltati innumerevoli volte su quel live. Quella sfumatura di irrequietezza, di instabilità, della sensazione che tutto ti sfugge di mano e non hai niente dove aggrapparti. Quella condizione per cui una voce, una musica esprime questo stato e malgrado tutto questo riesce pure a farti sentire meglio. Ci esorcizzavi i tuoi mali oppure semplicemente ti ci crogiolavi. Mi accorgo che ero venuto a Firenze per (ri)trovare questo ma ho trovato altro (ovviamente). Un gruppo storico, rodato, perfetto, con una cantante dalla voce meravigliosa che propone i pezzi più amati dal pubblico.
E basta.
Non c'è praticamente mai un momento di digressione in cui il gruppo si lascia andare. Non c'è sorpresa. C'è solo una grande contentezza di essere tornati, quando forse io mi accorgo per la prima volta che se ne sono andati veramente solo ora. E' tutto esattamente come ci si aspetterebbe. Cowboys, Only You, Glory Box. Questi pezzi non mi erano mai sembrati così uguali fino d'ora. Riuscivo sempre a sentirci quella sfumatura, fondamentale, di differenza.
Mi sono guardato attorno tra le facce catatoniche e ipnotizzate della gente, invidiandoli, mentre mi ritornava alla mente l'ultima volta che ho provato la stessa cosa (per inciso: al concerto dei Depeche Mode di Roma del 2006). Il concerto finisce con We Carry On (o se c'è stato un pezzo dopo, l'ho rimosso), il mio pezzo preferito in assoluto di Third. Ironia della sorte.
Sono passati 10 anni ed io continuo ad essere un ingenuo.
(foto di Smeerch)
martedì 1 aprile 2008
Roland Barthes - La camera chiara
E qui cominciava a profilarsi la questione essenziale: la riconoscevo io veramente?
Secondo le foto, in certune riconoscevo una regione del suo volto, il tale rapporto del naso con la fronte, il movimento delle sue braccia, delle sue mani. Io la riconoscevo sempre solo a pezzi, vale a dire che il suo essere mi sfuggiva e che, quindi, lei mi sfuggeva interamente. Non era lei, e tuttavia non era nessun altro. L'avrei riconosciuta fra migliaglia di altre donne, e tuttavia non la "ritrovavo". La riconoscevo defferenzialmente, non essenzialmente. La fotografia mi costringeva a un lavoro doloroso; proteso verso l'essenza della sua identità, mi dibattevo fra immagini parzialmente vere, e perciò totalmente false. Dire, davanti alla tal foto, "è quasi lei!" era per me più straziante che non dire davanti alla talaltra "non è affatto lei". Il quasi: atroce regime dell'amore, ma anche condizione deludente del sogno - è per questo che odio i sogni. Infatti, io sogno spesso di lei (anzi, sogno solo lei), ma non è mai completamente lei: nel sogno, essa ha tavolta qualcosa d'in po' fuori posto, di eccessivo: per esempio, è giocosa, o disinvolta - cosa che invece non era mai; oppure io so che è lei, ma non vedo i suoi lineamenti (ma mi chiedo: si vede o si sa, in sogno?): sogno di lei, non la sogno. E davanti alla foto, come nel sogno, è il medesimo sforzo, la stessa fatica di Sisifo: risalire, proteso, verso l'essenza, ridiscendere senza averla contemplata, e ricominciare da capo.
(tratto da La camera chiara, Roland Barthes, 1980)
Secondo le foto, in certune riconoscevo una regione del suo volto, il tale rapporto del naso con la fronte, il movimento delle sue braccia, delle sue mani. Io la riconoscevo sempre solo a pezzi, vale a dire che il suo essere mi sfuggiva e che, quindi, lei mi sfuggeva interamente. Non era lei, e tuttavia non era nessun altro. L'avrei riconosciuta fra migliaglia di altre donne, e tuttavia non la "ritrovavo". La riconoscevo defferenzialmente, non essenzialmente. La fotografia mi costringeva a un lavoro doloroso; proteso verso l'essenza della sua identità, mi dibattevo fra immagini parzialmente vere, e perciò totalmente false. Dire, davanti alla tal foto, "è quasi lei!" era per me più straziante che non dire davanti alla talaltra "non è affatto lei". Il quasi: atroce regime dell'amore, ma anche condizione deludente del sogno - è per questo che odio i sogni. Infatti, io sogno spesso di lei (anzi, sogno solo lei), ma non è mai completamente lei: nel sogno, essa ha tavolta qualcosa d'in po' fuori posto, di eccessivo: per esempio, è giocosa, o disinvolta - cosa che invece non era mai; oppure io so che è lei, ma non vedo i suoi lineamenti (ma mi chiedo: si vede o si sa, in sogno?): sogno di lei, non la sogno. E davanti alla foto, come nel sogno, è il medesimo sforzo, la stessa fatica di Sisifo: risalire, proteso, verso l'essenza, ridiscendere senza averla contemplata, e ricominciare da capo.
(tratto da La camera chiara, Roland Barthes, 1980)
lunedì 31 marzo 2008
Portishead - Live in Firenze 2008 - Parte 0
Tra meno di mezzora mi passano a prendere per partire.
Erano probabilmente anni che aspettavo questo evento da quando da ragazzino avevo scoperto il trip-hop, bristol e la voce di Beth. Da allora sono cambiate tante cose per me, per loro, per la musica in generale, e soprattutto mi sono reso conto che se ne è andato quello spirito di estremo entusiasmo che mi accompagnava nelle trasferte importanti. Non sò esattamente cosa aspettarmi da questa serata, perchè la sto vivendo con uno spirito strano. C'è qualcosa di estremamente cupo nell'aria e forse questo è la cosa che mi accomuna di più con Third, il loro ultimo disco ancora non ufficialmente uscito ma già reperibile attraverso i canali non ufficiali. E' bello e buffo allo stesso tempo notare come se da una parte si percepiscano ancora i Portishead di una volta, dall'altra si noti il loro cambiamento. Sono ancora eterei, ma, come accennato prima, maledettamente cupi e stranamente somiglianti nell'atteggiamento con quello straordinario gruppo emergente, i To Kill A Petty Bourgeoisie, col il loro trip-hop tutt'altro che ammiccante e d'alto borgo. Come se la direzione presa da questo genere sia qualcosa che si respiri nell'aria. Dal periodo delle pubblicità delle automobili e dell'algidità sofisticata nella quale i Massive Attack sono affogati ripiegandosi in loro stessi, i Portishead sono tornati a quell'immaginario buio dei locali fumosi, solitari e sporchi. La voce di Beth, ancora più bella e consapevole di come me la ricordavo, viaggia sul filo del rasoio dell'essere angelica e maledetta, così come i synth e le campionature mai così minimalisti e la mancanza di qualsiasi elemento che non sia più che essenziale all'economia dei pezzi.
Non riesco più a trovare quella sensuale intimità che mi ricordavo e che in realtà neanche voglio più cercare. Quello che trovo e in cui mi ritrovo è una sorta di viaggio all'interno di una malinconia irrequieta che intrappola l'animo, e che è circondata da nient'altro che nero.
E sono passati 10 anni.
Erano probabilmente anni che aspettavo questo evento da quando da ragazzino avevo scoperto il trip-hop, bristol e la voce di Beth. Da allora sono cambiate tante cose per me, per loro, per la musica in generale, e soprattutto mi sono reso conto che se ne è andato quello spirito di estremo entusiasmo che mi accompagnava nelle trasferte importanti. Non sò esattamente cosa aspettarmi da questa serata, perchè la sto vivendo con uno spirito strano. C'è qualcosa di estremamente cupo nell'aria e forse questo è la cosa che mi accomuna di più con Third, il loro ultimo disco ancora non ufficialmente uscito ma già reperibile attraverso i canali non ufficiali. E' bello e buffo allo stesso tempo notare come se da una parte si percepiscano ancora i Portishead di una volta, dall'altra si noti il loro cambiamento. Sono ancora eterei, ma, come accennato prima, maledettamente cupi e stranamente somiglianti nell'atteggiamento con quello straordinario gruppo emergente, i To Kill A Petty Bourgeoisie, col il loro trip-hop tutt'altro che ammiccante e d'alto borgo. Come se la direzione presa da questo genere sia qualcosa che si respiri nell'aria. Dal periodo delle pubblicità delle automobili e dell'algidità sofisticata nella quale i Massive Attack sono affogati ripiegandosi in loro stessi, i Portishead sono tornati a quell'immaginario buio dei locali fumosi, solitari e sporchi. La voce di Beth, ancora più bella e consapevole di come me la ricordavo, viaggia sul filo del rasoio dell'essere angelica e maledetta, così come i synth e le campionature mai così minimalisti e la mancanza di qualsiasi elemento che non sia più che essenziale all'economia dei pezzi.
Non riesco più a trovare quella sensuale intimità che mi ricordavo e che in realtà neanche voglio più cercare. Quello che trovo e in cui mi ritrovo è una sorta di viaggio all'interno di una malinconia irrequieta che intrappola l'animo, e che è circondata da nient'altro che nero.
E sono passati 10 anni.
Yuppie Flu - Fragile Forest
Devo ammettere che sono davvero molto sorpreso. Essì perchè non avrei mai immaginato che dopo i Radiohead con In Rainbow e i NIN con Ghost I-IV, il terzo disco che avrei acquistato digitalmente saltando tutte le trafile distributive (dal negozio fisico, a quello virtuale di itunes e soci), e quindi mettendo i miei soldi in tasca direttamente agli artisti sarebbero stati gli italianissimi Yuppie Flu.
Sarò sincero, non sono mai stato un grande fan di questo gruppo, ho ascoltato un solo disco "Days before the days" ma che ho amato sinceramente, ma il coraggio di questo gruppo a provare questa forma di distribuzione anche senza avere un nome alle spalle come quei due nominati sopra mi ha convinto a lasciargli i miei soldi con un sorriso.
Io sono sempre stato un deciso sostenitore della mostruosità del concetto di disco come mezzo per una band di campare, mostruosità dell'ultimo secolo rispetto a tutta la storia dell'umanità dove il musicista veniva pagato per la performance (pensate che andava in tasca qualcosa ai compositori per le stampe delle loro partiture?). Se mi piace un gruppo vado al concerto e gli dò i soldi (visto che sicuramente gliene entrano in tasca dalla mia presenza più di quanto gliene entrerebbero se acquistassi il disco). E se un gruppo decide di non venire dalle mie parti a suonare ma preferisce rimanere al nord, è semplicemente perchè non vuole i miei soldi. Discorso semplice ed efficace (almeno dal mio punto di vista). Ma devo ammettere che l'acquisto degli album con questo metodo scelto dai Radiohead e da chi li hanno seguiti mi stuzzica. Anche se il disco mi incuriosisce semplicemente, come in questo caso degli yuppie flu, con il costo di una birra "me lo porto a casa", mi pare uno scambio che ci può stare.
Cmq, a chi interessa il disco degli Yuppie Flu, Fragile Forest, è acquistabile (anche a zer0€, leggasi gratis) da loro sito qui, e da quanto sto sentendo il disco mi piace. :)
Sarò sincero, non sono mai stato un grande fan di questo gruppo, ho ascoltato un solo disco "Days before the days" ma che ho amato sinceramente, ma il coraggio di questo gruppo a provare questa forma di distribuzione anche senza avere un nome alle spalle come quei due nominati sopra mi ha convinto a lasciargli i miei soldi con un sorriso.
Io sono sempre stato un deciso sostenitore della mostruosità del concetto di disco come mezzo per una band di campare, mostruosità dell'ultimo secolo rispetto a tutta la storia dell'umanità dove il musicista veniva pagato per la performance (pensate che andava in tasca qualcosa ai compositori per le stampe delle loro partiture?). Se mi piace un gruppo vado al concerto e gli dò i soldi (visto che sicuramente gliene entrano in tasca dalla mia presenza più di quanto gliene entrerebbero se acquistassi il disco). E se un gruppo decide di non venire dalle mie parti a suonare ma preferisce rimanere al nord, è semplicemente perchè non vuole i miei soldi. Discorso semplice ed efficace (almeno dal mio punto di vista). Ma devo ammettere che l'acquisto degli album con questo metodo scelto dai Radiohead e da chi li hanno seguiti mi stuzzica. Anche se il disco mi incuriosisce semplicemente, come in questo caso degli yuppie flu, con il costo di una birra "me lo porto a casa", mi pare uno scambio che ci può stare.
Cmq, a chi interessa il disco degli Yuppie Flu, Fragile Forest, è acquistabile (anche a zer0€, leggasi gratis) da loro sito qui, e da quanto sto sentendo il disco mi piace. :)
martedì 18 marzo 2008
venerdì 14 marzo 2008
PJ Harvey - White chalk
E' con un suono martellante, nervoso e quasi monotono di pianoforte che inizia White Chalk, l'ultimo disco di Polly Jean Harvey uscito nella seconda metà dello scorso anno. In questo lavoro questa cantautrice sceglie di mettere da parte l'immaginario aggressivo da riot girl dei lavori precendenti, per chiudersi i un universo più intimo e rarefatto dove alle chitarre vengono tolte le spine ed è solo la sua voce ed il pianoforte a riecheggiare all'interno di uno spazio spietatamente vuoto...
(Continua su Ondalternativa.it)
venerdì 7 marzo 2008
Absinthe Makes The Heart Grow Fonder

- Sei felice?
- Cosa?
- E' una semplice domanda. Sei felice?
- Non so nemmeno più cosa voglia dire.
- Sarò... sarò più specifico. Bill ti rende felice?
- Sì.
- Stronzate! No! No, no! No, no.
- E' vero, mi rende davvero felice.
- Davvero? Come lo eri con me?
- Tu non mi rendevi felice, mi rendevi dannatamente pazza.
- Davvero non ti ho mai reso felice, ti ho fatto solo impazzire?
- Sì, cioè, c'è stato un tempo in cui mi hai resa felice ma poi...
mi hai fatto impazzire, il che mi andava anche bene per un po'...
ma poi sono cresciuta.
- Ah, ti stavo stretto.
Capisco.
- Già.
- E io non l'ho fato?
- No, tu sei rimasto alla fase della pazzia.
- Beh, è così...
Che cavolo di modo per riassumere una storia d'amore di 10 anni.
- Bene, signor Moody, lei come la riassumerebbe?
- Io direi che ci siamo amati troppo... fin troppo.
Credo che abbiamo fatto l'errore di andare troppo bene nel primo periodo...
e questo ci ha messo sotto pressione in modo pazzesco per cercare di andare avanti in quel modo e...
ci siamo fatti sconfiggere.
Sai qual'è la cosa di cui ho sentito maggiormente la mancanza?
(Beh, ovviamente dopo Rebecca...)
...mi manca il tuo odore.
- Tutto qui?
- Quando te ne sei andata non volevo lavare le lezuola perchè non volevo perderlo definitivamente.
Tu! E questo mi ha fatto star male per parecchio tempo perchè mi svegliavo e sentivo il tuo odore e pensavo fossi lì.
Il mio cuore si spezzava ogni volta.
Credo sia per questo che tento di baciarti ogni volta.
Ah, già.
Credo che sia perchè cerco...
di provarci ancora.
- Alla fine le hai lavate quelle lenzuola?
- Oh, sai, ho dovuto buttarle vie.
- Oh, bene.
- Già, una cameriera sexy di Starbucks con il ciclo me le ha sporcate.
- Sei fottutamente disgustoso!
- Vedi? Guarda un po', non te ne rendi conto?
- Perchè devi dire queste schifezze?
- Se riesco a farti ridere così, perchè non possiamo stare insieme? E' questo che non capisco.
- Sai cosa penso?
Tu non vuoi stare davvero con me.
So che pensi di volerlo, ma se io ricominciassi a concedermi a te, tu scapperesti a gambe levate.
Perchè tu non ami me, Hank.
Tu sei attratto dall'idea, dall'idea dell'amore.
Ora, dopo questo appunto profondo e coraggioso andrò a preparare del caffè.
- Come fai ad essere così fottutamente bella e ad avere così fottutamente torto?
(tratto da Californication, episodio 6)
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